L’11 gennaio 2009 un uomo della California scrisse due parole su Internet: «Running bitcoin». Nessun punto, nessuna spiegazione, nessun thread a seguire. Era un messaggio di stato su un programma che in quel momento girava sul suo computer.

Oggi quella frase è tra le più citate della storia di Bitcoin. Quello che quasi nessuno sa: per l’uomo che l’ha scritta è diventata vera una seconda volta nello stesso anno, in un modo che allora non poteva immaginare. E un terzo significato l’ha assunto solo dopo la sua morte.

È morto il 28 agosto 2014. Questo è il testo più lungo che abbiamo mai scritto, e l’unico in cui della lunghezza non ci è importato nulla. Chi conosce Hal Finney solo come nota a piè di pagina della storia di Bitcoin ne conosce la metà più piccola.

Chi era Hal Finney?

Harold Thomas Finney II, nato il 4 maggio 1956 a Coalinga, in California, era un crittografo molto prima che esistesse Bitcoin. Studiò al California Institute of Technology, guadagnò i primi soldi programmando giochi per console. Finì poi nella cosa che avrebbe segnato la sua vita.

Lavorò con Phil Zimmermann a PGP, quella crittografia che per la prima volta rese le e-mail a prova di intercettazione anche per le persone comuni e che all’inizio degli anni Novanta il governo statunitense ritenne così pericolosa da indagare per tre anni su Zimmermann. Quando dal progetto nacque un’azienda, Finney fu, parole sue, «one of the first hires». Vi restò fino al pensionamento, all’inizio del 2011.

Parallelamente scriveva sulla mailing list dei Cypherpunk, quel giro di programmatori, matematici e attivisti che negli anni Novanta sostenevano una tesi semplice: in un mondo digitale la privacy non nasce dalle leggi, ma dal codice. Finney gestiva uno dei primi remailer anonimi al mondo, uno strumento per spedire messaggi in forma anonima attraverso la rete, vent’anni prima che l’anonimato su Internet diventasse un tema di massa. Costruiva le cose di cui gli altri discutevano.

Nel 2004 ci andò più vicino che mai: RPOW, Reusable Proof of Work, un mezzo di pagamento digitale le cui unità si basavano su prove di lavoro e potevano essere trasferite. Funzionava. Serviva solo ancora un singolo server come perno di tutto. Proprio quella lacuna restò aperta.

Quattro anni dopo la colmò qualcun altro. E Finney capì subito che cosa aveva davanti.

L’11 gennaio 2009: due parole

Il 3 gennaio 2009 nacque il blocco Genesis. Pochi giorni dopo Satoshi Nakamoto pubblicò la prima versione del software. «When Satoshi announced the first release of the software, I grabbed it right away», scrisse Finney più tardi. Lo avviò e mandò la frase destinata a sopravvivergli. Nella sua ora locale californiana era ancora il 10 gennaio; ancora oggi è il giorno in cui parte la Running Bitcoin Challenge.

Che cosa significava «running bitcoin» allora, sul piano tecnico: il client del 2009 era un unico programma: nodo, wallet e mining in uno. Chi lo avviava gestiva un nodo completo: teneva l’intera catena di blocchi, verificava ogni transazione e la inoltrava. Chi in più attivava nelle opzioni «Generate Coins», minava anche. Finney fece entrambe le cose.

Non c’era niente di solenne. Sul suo computer girava il software, e all’epoca non lo faceva quasi nessun altro. «I think I was the first person besides Satoshi to run bitcoin», scrisse più tardi, formulato con prudenza. Quella prudenza era giustificata: l’analisi dei primi file di log fa pensare che nei primi giorni girassero anche uno o due altri computer. L’ordine di grandezza non cambia. All’epoca la rete si contava sulle dita di una mano. Per molti è quindi il primo Bitcoiner.

«I mined block 70-something», scrisse dei primi giorni. Allora la difficoltà era 1, per un blocco bastava un processore normale. Smise perché il computer si scaldava e il rumore della ventola lo disturbava. «In retrospect, I wish I had kept it up longer», scrisse nel 2013, «but on the other hand I was extraordinarily lucky to be there at the beginning.» Vale la pena fermarsi un attimo: la rete Bitcoin era fatta di una manciata di computer, e uno di quelli venne spento perché faceva troppo rumore.

Il primo trasferimento di Bitcoin: blocco 170

Il 12 gennaio 2009, un giorno dopo il tweet, Satoshi Nakamoto gli inviò dieci Bitcoin. Per prova. Fu la prima transazione Bitcoin tra due persone, registrata nel blocco 170, ancora oggi leggibile nella blockchain, con la stessa prova del giorno in cui fu scritta.

Nei giorni successivi Finney scambiò e-mail con Satoshi, segnalò errori, fece proposte. Non fu solo uno dei primi utenti. Fu la prima persona a prendere la cosa sul serio.

Il secondo «Running»: il 2009 fu anche il suo anno di corsa

Qui arriva la parte che in quasi tutti i testi su Hal Finney manca.

Quando scrisse «Running bitcoin», era lui stesso nella migliore forma fisica della sua vita. Con le sue parole: «I was in the best shape of my life at the start of that year, I'd lost a lot of weight and taken up distance running. I'd run several half marathons, and I was starting to train for a full marathon.» Dimagrito parecchio, diverse mezze maratone nelle gambe, il primo allenamento per la maratona iniziato. Nel maggio 2009 corse la maratona di Los Angeles, come banco di prova in vista di Santa Barbara a dicembre, dove voleva migliorare il tempo. L’obiettivo di fondo: un tempo di qualificazione per Boston.

Correre non era per lui una faccenda secondaria. A volte pianificava le sue uscite con un mese di anticipo e correva anche durante i viaggi di lavoro. La mezza maratona era la sua distanza. Anche Fran correva.

Nello stesso anno in cui la rete cominciò a correre, correva quindi anche Hal Finney. E nello stesso anno smise.

Agosto 2009: la diagnosi

«Il mio corpo cominciò a cedere», scrisse. Parola impastata, meno forza nelle mani, gambe che non si riprendevano più. Nell’agosto 2009 arrivò la diagnosi: SLA, sclerosi laterale amiotrofica. Una malattia che distrugge proprio le cellule nervose che comandano i muscoli. Prima le gambe, poi le braccia, poi la parola, alla fine il respiro. La mente resta lucida. Ti guardi mentre succede.

Otto mesi prima si allenava per una maratona.

17 giorni dopo: 1:59:27

E poi succede una cosa che per noi è il momento più forte di tutta questa storia.

Diciassette giorni dopo la diagnosi, Hal Finney corse una mezza maratona.

Il 6 settembre 2009 si presentò al via ad Anaheim, insieme a Fran. Non era più una gara. Corsero insieme, lui restò accanto a lei, dovette fermarsi spesso e per giorni ebbe i muscoli indolenziti. Tagliarono il traguardo mano nella mano, le braccia alzate. 1:59:27. Sotto le due ore, diciassette giorni dopo che un medico gli aveva detto che le sue cellule nervose stavano morendo.

Fu la sua ultima vera gara.

Qualche settimana prima, dopo una corsa di diciotto chilometri, aveva scritto in rete che ormai apprezzava molto di più ogni singola uscita. Una frase piccola, silenziosa. La capisci solo quando ci metti accanto la data.

Dicembre 2009: le ultime due miglia

Il 6 dicembre 2009 si tenne la Santa Barbara International Marathon, la rinascita di una gara che a Santa Barbara non si correva dal 1984. Era proprio questa la gara che Hal Finney aveva in programma da tempo. Il giorno della gara non riusciva più a correre e camminava con il bastone.

Ci andò lo stesso. La raccolta fondi era stata un’idea di Fran: la Muscular Dystrophy Association iscrisse i Finney alla gara come parte di una staffetta, e i soldi andavano alla ricerca sulla SLA. Fran doveva correre l’ultima frazione e passargli il chip di cronometraggio. Le ultime due miglia Hal le percorse a piedi, Fran al suo fianco, circondato da familiari, amici e dagli altri membri della squadra in magliette gialle.

Non poter correre non era per lui un motivo per non arrivare al traguardo. Cambiò soltanto metodo. Un anno dopo c’era di nuovo. Quella volta il traguardo lo tagliò in carrozzina, guidandola da solo.

L’uomo che previde il secondo livello

Un anno dopo, il 30 dicembre 2010, Finney scrisse in un post su un forum una cosa che oggi si legge come una previsione del tempo fatta nel 2010 per il meteo del 2026:

«Bitcoin itself cannot scale to have every single financial transaction in the world be broadcast to everyone and included in the block chain. There needs to be a secondary level of payment systems which is lighter weight and more efficient. […] I believe this will be the ultimate fate of Bitcoin, to be the 'high-powered money' that serves as a reserve currency for banks that issue their own digital cash.»

In italiano: Bitcoin da solo non può assorbire ogni pagamento del mondo. Serve un secondo livello, più leggero, sopra di esso. E alla fine Bitcoin sarà il denaro forte sottostante, su cui gli altri costruiscono.

Lo scrisse quattro anni buoni prima del primo whitepaper di Lightning e più di sette anni prima che la rete funzionasse davvero. Chi oggi manda sats via Lightning usa esattamente il livello che Finney aveva descritto allora, senza poterlo costruire.

«Bitcoin and me», il testo del 2013

Il 19 marzo 2013 Finney pubblicò sul forum BitcoinTalk un contributo intitolato «Bitcoin and me». Vi scrisse dei primi giorni, di Satoshi, di RPOW, della sua malattia. È uno dei pochi documenti in cui un pioniere di Bitcoin parla di sé.

La frase più asciutta è anche la più pesante: «Today, I am essentially paralyzed. I am fed through a tube, and my breathing is assisted through another tube. I operate the computer using a commercial eyetracker system.» In italiano: Oggi sono praticamente paralizzato. Vengo nutrito attraverso una sonda, il respiro è assistito da una seconda. Il computer lo comando con un eye tracker.

Notevole è quello che viene dopo. Continuò a programmare. Non fino a quando le mani cedettero, ma oltre: con gli occhi, secondo la sua stima circa cinquanta volte più lentamente di prima, a un software per la custodia sicura di Bitcoin. Nel frattempo si costruì con un microcontrollore un’interfaccia per comandare la carrozzina con gli occhi.

Cinquanta volte più lentamente. La maggior parte delle persone molla con il dieci per cento di vento contrario. Lui andò avanti al due per cento della velocità.

La sua conclusione, nel testo, arriva quasi di sfuggita: «All in all, I have had a good life.» E l’ultima frase è: «I'm comfortable with my legacy.»

Quello che dovette sopportare in più

C’è una parte di questa storia che si racconta di rado, perché è brutta.

Finney era uno dei pochi sviluppatori della prima ora di cui si conoscesse il vero nome. Questo lo rendeva attaccabile. Nell’ultimo anno della sua vita la famiglia venne ricattata: una voce anonima al telefono chiese 1.000 Bitcoin, allora oltre 400.000 dollari. Nel maggio 2014 la polizia si presentò all’improvviso davanti a casa, con un elicottero che sorvolava: una falsa chiamata d’emergenza. Nei due mesi successivi l’autore telefonò altre nove volte, minacciando la famiglia. In quel momento Hal era paralizzato a letto.

E c’è un’altra cosa che fa parte della verità, perché si è diffusa ostinatamente l’idea opposta: Hal Finney non è morto da milionario in Bitcoin. Quando i costi delle cure aumentarono, vendette gran parte delle monete minate agli inizi, a una quotazione di circa 100 dollari. Fran, con asciuttezza: andava bene così, se significava che Hal poteva restare a casa e stare bene.

L’uomo che ricevette il primo trasferimento di Bitcoin della storia spese le sue monete per l’assistenza. Chi considera le «diamond hands» un tratto del carattere dovrebbe saperlo.

Il 28 agosto 2014

Il 28 agosto 2014 alle 8:50 Hal Finney fu dichiarato morto a Scottsdale, in Arizona. Aveva 58 anni.

La rete continuò a girare. In tutta la sua storia ha avuto due incidenti seri: nel 2010 un errore che per poco tempo fece nascere dal nulla miliardi di Bitcoin, e nel 2013 una divisione della catena dopo un aggiornamento del software. Entrambi caddero nel tempo di vita di Finney, entrambi furono arginati nel giro di poche ore. Da allora gira senza incidenti paragonabili, anche nel giorno in cui morì uno dei suoi primi operatori. È proprio questo il pensiero che regge in questa data: Bitcoin è costruito in modo da non aver bisogno di nessuno. Nemmeno di lui.

Noi lo ricordiamo lo stesso. Non per nostalgia, ma perché altrimenti i primi anni si riducono a un aneddoto. Bitcoin è stato costruito da persone che hanno rischiato qualcosa quando non c’erano né soldi né riconoscimento.

L’uomo che scommise sull’orizzonte più lungo

C’è una nota a piè di pagina nella storia di Hal Finney che dice molto di lui. Aveva sistemato la sua conservazione crionica già più di vent’anni prima di morire. Subito dopo la constatazione del decesso fu preso in carico dalla Alcor Life Extension Foundation. Lì è il loro 128° paziente, registrato con il numero A-1436. Lo pagò con un’assicurazione sulla vita e con i Bitcoin che gli avevano donato persone che conoscevano il suo lavoro.

Non serve trovarlo realistico. Ma vale la pena vedere quale convinzione ci sta dietro. Finney puntò per tutta la vita su cose il cui rendimento arrivava molto più avanti: la crittografia, quando quasi nessuno ne aveva bisogno. Il denaro digitale, quando non ne esisteva. Un secondo livello di pagamento, quando il primo esisteva a malapena. E alla fine su una medicina che ancora non c’è.

Chi vuole sapere che cosa significa fino in fondo la Low Time Preference, cioè fare oggi qualcosa la cui utilità arriva molto più tardi, in Hal Finney trova l’esempio più completo che la storia di Bitcoin possa offrire.

Hal Finney era Satoshi Nakamoto?

La domanda torna a galla da anni, e si capisce perché. Quattro cose si sommano:

  • Era crittografo e dagli anni Novanta faceva parte del movimento Cypherpunk, esattamente l’ambiente da cui venne Bitcoin.
  • Con RPOW aveva costruito quattro anni prima il precursore più vicino. Nessun altro era così vicino all’idea.
  • Fu tra i primissimi ad avviare il software, e il primo destinatario di una transazione.
  • E la nota più curiosa: per anni abitò a pochi chilometri da un uomo di nome Dorian Satoshi Nakamoto, quello che nel 2014 una rivista statunitense presentò erroneamente come il vero Satoshi.

Ci si può costruire una teoria. Dimostrata non lo è. Finney, finché era in vita, ha negato di essere Satoshi, e nessuna delle successive analisi stilistiche e dei messaggi è riuscita a mostrarlo. La questione a oggi non è chiarita, e probabilmente non lo sarà mai.

A noi qui interessa un’altra cosa: non fa nessuna differenza. È dimostrato che fu il primo destinatario di una transazione Bitcoin, uno dei primi miner, uno dei primi a trovare errori e per anni una delle teste più lucide intorno al progetto. Non serve farne Satoshi per trovare grande il suo ruolo. Chi lo fa rende la storia più piccola, non più grande, parla allora di un mistero invece che di una persona.

A Bitcoin non importa se era Satoshi, e nemmeno a noi. Ha creduto in Bitcoin quando la rete era una manciata di computer e là fuori nessuno conosceva quel nome. Per noi è un eroe e una delle personalità più forti che Bitcoin abbia mai avuto. Rappresenta tutto quello che Bitcoin è e tutto quello che ha reso forte questa community.

Non ha bisogno di questo titolo. Ne ha uno suo:

Hal Finney – First runner. First believer. Forever a legend.

Che cosa sono diventate le due parole

Dopo la morte di Finney la frase avrebbe potuto restare una citazione. Non è andata così.

Da gennaio 2022 esiste la Running Bitcoin Challenge, guidata da Fran Finney e organizzata da ALS Network. La distanza classica è la mezza maratona, la preferita di Hal. Vanno bene anche tratti più brevi, camminando o in carrozzina. Chi partecipa raccoglie donazioni per la ricerca sulla SLA, pagate in Bitcoin. La quinta edizione si è svolta dal 10 al 31 gennaio 2026. Secondo Fran Finney, da allora sono partiti nel suo nome corridori di oltre 50 Paesi.

Da un messaggio di stato è nato un movimento annuale che raccoglie denaro contro proprio la malattia di cui è morto chi l’ha scritto. È, se vuoi, la forma più onesta di Proof of Work: non si afferma niente, si fa.

Il terzo significato: ancora un passo

«Running bitcoin» ha ormai tre significati, e il terzo è quello per cui scriviamo questo testo.

Primo, alla lettera: da te gira un nodo. Verifichi tu, invece di fidarti. È il significato tecnico, ed è l’unico che Finney intendeva.

Secondo, sul piano fisico: ti prendi cura del corpo in cui abiterai per i prossimi decenni. Se a ottant’anni farai ancora le scale, lo decidi a quaranta. La Low Time Preference non finisce con il piano di accumulo.

Terzo, ed è il nocciolo: Hal Finney strinse i denti fino alla fine. Fece ancora un passo. E poi un altro. Prima correndo. Poi con il bastone. Poi con gli occhi.

La nostra testa ci mette i limiti quasi sempre prima di quanto farebbe il corpo. Chi crede davvero che una cosa sia possibile libera energie che prima non c’erano. Vale per il piano di accumulo come negli ultimi cinque chilometri e come per quella cosa che rimandi da due anni.

Il principio dietro non ha niente di spettacolare: quello che fai ogni giorno, quello sei. Non quello che ti riprometti una volta a gennaio. Le piccole ripetizioni si sommano come l’interesse composto: in silenzio, invisibili, e poi all’improvviso visibili. È lo stesso meccanismo che da 25 euro al mese, in dieci anni, fa qualcosa che non si può più liquidare a chiacchiere. Comincia in piccolo, ma comincia. E poi fai ancora un passo.

Per questo da noi quella frase sta su una maglia da corsa e non su una tazza da caffè.

Portare addosso la frase

Uomo con la Maglia da corsa Bitcoin Hal Finney in grigio scuro, stampa sul retro con corridore arancione, RUNNING BITCOIN, 2009 e Hal Finney

Siccome questa storia ci sta a cuore, da noi sta su due magliette, non come decorazione, ma come citazione con una provenienza.

La Maglia da corsa Bitcoin Running Bitcoin porta le due parole sul retro in forma tipografica, sobria e chiara. La Maglia da corsa Bitcoin Hal Finney le mostra come grande motivo con un corridore, insieme all’anno 2009 e al suo nome, il secondo significato, reso visibile.

Sono la stessa maglia tecnica leggera: 135 g/m² in 100% poliestere, traspirante, con inserti in mesh e protezione UV 40+, in Black, Charcoal e White dalla S alla XXL. Fatta per correre. Con questa frase, che altro. Tutto il resto lo trovi nei nostri articoli sportivi Bitcoin.

E se a gennaio corri la Running Bitcoin Challenge: adesso sai perché si chiama così.

Domande frequenti su Hal Finney e «Running Bitcoin»

Che cosa significa «Running Bitcoin»?

La frase è di Hal Finney, che la pubblicò l’11 gennaio 2009. Voleva dire che il software Bitcoin girava sul suo computer. Era tra i primissimi ad averlo mai avviato. Siccome Finney era lui stesso un corridore, la frase ha assunto un secondo significato, che lui non aveva mai voluto darle.

Chi era Hal Finney?

Un crittografo statunitense (4 maggio 1956 – 28 agosto 2014). Lavorò al software di crittografia PGP, nel 2004 sviluppò il sistema precursore RPOW e, per sua stessa ammissione, fu la prima persona oltre a Satoshi Nakamoto a far girare il software Bitcoin.

Quando è avvenuta la prima transazione Bitcoin?

Il 12 gennaio 2009. Satoshi Nakamoto inviò a Hal Finney dieci Bitcoin come test. Il trasferimento è registrato nel blocco 170 della blockchain.

Hal Finney era Satoshi Nakamoto?

È un’ipotesi ricorrente, ma non è dimostrata, e Finney l’ha negata finché era in vita. A favore della teoria giocano il suo passato Cypherpunk, il suo sistema precursore RPOW, il suo ruolo nei primi giorni e il fatto che abitasse a pochi chilometri da Dorian Satoshi Nakamoto. Di tutto questo non è dimostrato nulla. È dimostrato che fu il primo destinatario di una transazione Bitcoin, che minò fin dai primi tempi e che nei primi giorni scambiò e-mail con Satoshi.

Di che cosa è morto Hal Finney?

Di SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Ricevette la diagnosi nell’agosto 2009 ed è morto il 28 agosto 2014, all’età di 58 anni, a Scottsdale, in Arizona.

Quando è stata l’ultima gara di Hal Finney?

Il 6 settembre 2009 corse insieme a sua moglie Fran una mezza maratona ad Anaheim e tagliò il traguardo in 1:59:27, diciassette giorni dopo la diagnosi di SLA. Il 6 dicembre 2009 era ancora alla Santa Barbara International Marathon, ma come parte di una staffetta: correre non poteva più, e le ultime due miglia le percorse con il bastone.

Hal Finney tenne i suoi Bitcoin?

No, non tutti. Quando i costi delle sue cure aumentarono, vendette gran parte delle monete minate agli inizi a una quotazione di circa 100 dollari USA. Il resto, per sua stessa ammissione, stava in una cassetta di sicurezza ed era destinato ai suoi figli.

Che cos’è la Running Bitcoin Challenge?

Un evento di corsa annuale che si tiene a gennaio e che esiste dal 2022. È guidato da Fran Finney, la vedova di Hal Finney, e organizzato da ALS Network. I partecipanti corrono una mezza maratona o una distanza più breve e raccolgono donazioni per la ricerca sulla SLA, pagate in Bitcoin. La quinta edizione si è svolta nel gennaio 2026.

Che cosa è successo a Hal Finney dopo la sua morte?

Aveva sistemato la sua conservazione crionica più di vent’anni prima. Subito dopo la constatazione del decesso fu preso in carico dalla Alcor Life Extension Foundation, dove è conservato come 128° paziente con il numero A-1436.

Dalla sua morte la rete non ha saltato un giorno, e le due parole sono ancora lì.

Fai ancora un passo.

Keep stacking sats,
Tobi & Henry